mercoledì 1 febbraio 2012

LETTERINA A UNO VERAMENTE FORTUNATO

Gent.mo Sottosegretario-vice ministro Martone, come le è noto, la definizione sfuggitale - per così dire - del laureato ventottenne sfigato ha suscitato un po’ di clamore e qualche articolo di giornale. Nient’altro.
La caustica Littizzetto, che molti aspettavano per cantarle con ironia e sprezzante satira quanto lei avesse detto parole inopportune, si è limitata a battute di una banalità commisurabile probabilmente solo al sollievo che misteriosamente produce il governo a cui appartiene anche lei, dopo i nefasti anni berlusconiani.
Vede, per certi versi la sua infelice boutade ha delle punte non secondarie di ragionevolezza. È giusto infatti che finalmente in questo paese qualcuno dica che bisogna spaccarsi il culo. Che la vita non ci viene regalata e che non si ottengono le cose se non col sudore, con l’impegno e col senso di responsabilità. Laurearsi in tempi rapidi è in linea con queste considerazioni: permette un rapido ingresso del mondo del lavoro, la possibilità di aggiustare la rotta, di fare esperienze. Tutto giusto.
Al di là della modalità un po’ semplicistica con cui lei li ha enunciati, riassumendoli negli aggettivi sostantivati ventottenne-sfigato, la verità è che questi principi sono tanto importanti quanto falsi. Non in sé naturalmente ma nella realtà sociale italiana, che lei, evidentemente, come l’intera classe dirigente di questo paese non solo non vuole vedere ma, cosa ancor più esiziale, non è in grado di leggere.
Parto dalla considerazione più ovvia, una contestazione di merito che già le è stata fatta da alcuni giornali e sulla quale è bene tornare solo per rinfrescare la memoria. Lei è nato a Nizza nel 1974, ha tre anni meno di me. Non si può non guardare con ammirazione uno come lei, laureato a 23 anni. Però scusi, ricercatore a 26 - non dottore di ricerca (titolo che si ottiene dopo tre anni di dottorato) – significa che lei dopo tre anni aveva già fatto e vinto un concorso da ricercatore. Il dubbio che non avesse pubblicato abbastanza (1 pubblicazione!), che non avesse accumulato la dovuta esperienza può legittimamente esserci. Poi ancora: che a 31 divenisse professore ordinario, pur arrivando secondo alla fine delle prove d’esame, ha veramente dell’incredibile e lo strapubblicato verbale del suo concorso a cattedra, con la ciliegina del suo stesso professore presidente di commissione d’esame è la prova di una cosa piuttosto comune nell’università: lei è un privilegiato. Che si siano ritirati 8 candidati perché vincitori di cattedra in altre sedi più gradite, scusi, è veramente fuori dalla grazia di Dio. Cioè ad un concorso si sono iscritte 10 persone delle quali otto, dico otto (l’80%), hanno contemporaneamente vinto una cattedra in altre sedi? Le hanno vinte sempre per insegnare la stessa materia? O i dieci geni d’Italia si sono concentrati tutti in quel concorso? È in realtà cosa nota che queste selezioni si svolgono dopo lunghi accordi preventivi e interuniversitari di cui la sua vicenda è un fulgido esempio. Da manuale.
Sembra dunque, se le cose stanno così, che lei non abbia fatto carriera perché è il migliore ma perché c’è qualcuno che ha costruito a tavolino il suo cursus honorum, le ha ritagliato addosso concorsi e posti di lavoro, come gran parte del personale docente e ricercatore nelle università italiane. Ormai è infatti invalsa la dizione “gli fanno il concorso” per quelli nell’università per i quali è arrivato il turno di un contratto a tempo indeterminato. Adesso, detta così è un po’ brutale ma lo è nella misura in cui tutto il sistema pubblico italiano legato alle classi dirigenti (politica, università, amministrazione della giustizia e via cantando) considera la sua carriera una cosa normale. E qui purtroppo andiamo a scoprire il vero cancro dello Stato: la mancanza totale di meritocrazia. L’Italia è una paese privo di criteri di selezione che garantiscano alla nazione la crescita culturale, politica, economica. Non ci sono metodi e pratiche che servano a filtrare i migliori tra tutti, quelli che veramente hanno una marcia in più. E non è un mero fatto di preparazione, anzi in giro ci sono carrettate di persone strapreparate e virtuose. In questo paese se vuoi entrare nella cerchia della classe dirigente devi poterti permettere lunghi anni di volontario “affiancamento” al tuo potenziale protettore, mangiando le briciole che cadono dal suo tavolo e costringendo la tua famiglia al sostegno economico del tuo percorso. Se vede il curriculum di molti pensionandi professori universitari, anche e soprattutto quelli blasonatissimi, noterà facilmente i circa dieci anni di assistenza volontaria che si sono potuti permettere a carico di papino. Questo, che ancor oggi è del tutto normale, risulta essere il primo sbarramento per la mobilità sociale. Ancor prima della preparazione personale, del merito, c’è un fatto socio culturale. Devi attaccarti alle ghette di un professore, in attesa che elargisca. Se te lo puoi permettere sei dentro. Se no sei fuori. Puoi essere pure Einstein. Mi viene il sospetto dunque che anche appartenere ad una certa fetta della società (suo padre è un rispettabile avvocato generale della Corte di Cassazione che il ministro Brunetta aveva nominato presidente della Commissione per la trasparenza nella Pubblica Amministrazione – quando si dice fortuna! - professore di Diritto del Lavoro della LUISS e de La Sapienza – guarda un po' le coincidenze!) l’abbia non poco agevolata; non è un fatto di essere raccomandati ma di avere una possibilità in più, molte possibilità in più (viaggi all’estero, master, ricerca volontaria etc.) che non le sono concesse in virtù di una speciale capacità intrinseca ma solo di una maggiore disponibilità del ceto cui appartiene.
Vede, il popolo italiano è costretto a sentire sempre un portavoce del governo che lamenta la scomoda eredità lasciata dalla precedente amministrazione. Anche Monti, converrà con me, si sente investito della massima autorità proprio in seguito ai disastri perpetrati e piovutigli in mano. Lui è stato chiamato a salvarci. Nessuno però ha mai sentito un serio lamento e visto un provvedimento rigido, rigoroso, che elimini un’altra eredità, questa però assai comoda. L’eredità di una gestione della classe dirigente totalmente basata (almeno dal dopoguerra e per cause assai ben ricostruibili) sull’autoprotezione, sul clientelismo, su di una rete capillare di favori tra politica, università, lobbies, aristocrazia e alta borghesia.
Guardi che questo non è solo un problema di formazione della dirigenza, è un problema ormai antropologico. La conduzione di questi comportamenti e la mancanza di criteri oggettivi sta causando guai terribili nella nostra cultura: chi “arriva”, pur rientrando nella media, tende a sentirsi un padreterno. Chi non arriva, non sapendo se per demerito o per le solite macchinazioni, tende a sentirsi un perseguitato, pensa di non vedere riconosciute le proprie legittime aspettative e sposa una politica del lamento che può degenerare in totale lassismo. C’è stato e c’è, in Italia, un sistema di privazione della libertà mostruoso. Chi studia, chi è appassionato di ricerca, chi crede in sé stesso, si trova troppo, troppo spesso a vedere le sue speranze diventare illusioni; a capire che se vuole arrivare ad un certo livello deve rinunciare alla propria libertà consegnandone una parte ad un protettore che deciderà della sua vita, sempre che stia attento a dove mette i piedi e non pesti mai quelli del clan.
È una cultura talmente assimilata, antropologicamente connaturata al pensiero italiano, che ormai anziché credere in sé stessi (all’americana) o fare in modo, col lavoro e l’impegno, che qualcuno creda in noi, si lotta nella speranza spesso vana di trovare qualcuno che debba un favore a quello a cui si è chiesto un lavoro. O ci si arrende.
Ora, che io debba sentir dire che un laureato a ventotto anni è uno sfigato, pur al netto delle migliori intenzioni, non lo posso accettare da chi risulta il simbolo, anzi l’emblema, di un malcostume tutto italiano. Ben più grave se mi permette.

martedì 22 novembre 2011

Raccontami una storia. Propedeutica dell'Unità. /4

Falliti i tentativi di riforma di Crispi, sepolto politicamente dalla sconfitta di Adua (1 marzo 1896) con ridimensionamento dei sogni di gloria coloniale, le tensioni sociali stavano divenendo insostenibili. È dell’8 maggio 1898 il triste episodio dei cannoni di Bava Beccaris. È dei governi di quel periodo (Di Rudinì, Pelloux) un disegno di legge totalmente repressivo nei confronti della libertà di stampa e in tema di pubblica sicurezza. È del 29 luglio 1900 l’omicidio di Umberto I. La formula risolutiva migliore, a partire dal governo Zanardelli ma ad opera soprattutto di Giolitti, sembrò quella di integrare sempre di più le masse nello Stato liberale (e via di nuovo dunque con la negazione del concetto di classe). Accordarsi perciò con i rappresentanti dei loro movimenti politici. Questo scatenò feroci polemiche (giornali, libri, articoli accademici): riesplose la polemica antiparlamentare e antidemocratica, di nuovo emerse la necessità di protezione delle industrie nazionali (sul mercato interno ed estero), la necessità dell’espansione coloniale. E una nuova terminologia con la retorica della patria alla base. L’amore verso la nazione non era più però memoria delle guerre d’indipendenza o fedeltà allo Statuto e al monarca; era aggressiva rivendicazione; era protezionismo e colonialismo. Quello che risultava nuovo era anche una enfatizzazione del tema etnico-razziale: scriveva Corradini nel 1905 che Per la Patria, noi ci perdiamo allora nel caos di generazioni lontane del nostro stesso sangue, che respirarono e respireranno sotto il nostro stesso cielo. […] Questa è la solidarietà nazionale.
A questo si aggiungeva però, piccolo elemento di diversità, un paradossale acuirsi della lotta di classe nel tentativo di risolverla e arrivare a negare le distinzioni: per ritornare all’armonia sociale, secondo Prezzolini, bisognava che la borghesia utilizzasse gli stessi metodi delle leghe socialiste. Bisogna che essa (la borghesia) faccia diventare realtà quella che finora è stata solo odiosa predicazione, cioè la lotta di classe, ma con l’intento appunto di farla cessare. Il tutto conviveva in una visione che ha aspetti angosciosamente contemporanei: vi era una borghesia odiosa, quella dei politicanti; vi era però una borghesia fatta di gente che produceva, di gente che lavorava alacremente con i proletari che volessero eseguire seriamente i loro compiti. Questa era la vera nazione. La nazione del lavoro. Con distinzione solo tra buoni e cattivi senza, appunto, classificazioni.
E, a parlare fuori dai denti, anche qui qualche prodromo ci sarebbe. D’altro canto Prezzolini… ma pure Berlusconi.
Dunque c’era un’Italia buona (composta di borghesia e proletariato) che era profondamente nazionale. Ma un’altra, di identica composizione, totalmente antinazionale.
A semplificare la situazione e, sostanzialmente, a scoprire le carte anche in prospettiva venne la Grande Guerra. Neutralisti e interventisti. Stop. Giolitti e la maggioranza nel Parlamento neutralisti. I socialisti neutralisti. Tranne uno: Benito Mussolini, direttore dell’Avanti!. Per le sue posizioni interventiste, radicalmente interventiste, dette le dimissioni e fondò un altro quotidiano: Il Popolo d’Italia; poco dopo fu espulso dal partito.
Questo è un punto cruciale. È noto che i fronti d’opinione fossero estremamente variegati. Ma che un socialista di primo piano, direttore del quotidiano di partito, prendesse una piega così contraria rispetto all’intero corpo politico cui apparteneva a me fa sospettare che avesse odorato e analizzato assai a fondo non tanto la situazione politica ma il tessuto sociale della nazione. E che le cose fin qui descritte fossero elementi cristallini di una partita a scacchi in cui lui aveva fatto un calcolo eccezionale. La mossa pro intervento costituiva la prima di una serie forzata che, pur non finendo col matto, gli avrebbe concesso una supremazia territoriale sulla scacchiera difficilmente scardinabile.
L’idea della guerra conquistava fette sempre più ampie dell’opinione pubblica, si costituivano associazioni interventiste e le cosiddette élite diventavano sempre di più a favore di una guerra senza compromessi (per interessi nazionalisti, economici, personali). Si costituirono comitati per raccogliere finanziamenti con cui si fondarono quotidiani interventisti. Il Popolo d’Italia nacque ad esempio grazie ai soldi di una cospicua cordata di cui facevano parte anche Esterle (Edison), Agnelli (Fiat), Perrone (Ansaldo). Mussolini aveva scommesso tutto sulla guerra.
L’asse austro-tedesco non era più un interlocutore come una trentina di anni prima. Era l’usurpatore, il nemico. E giù una nuova carrellata di argomentazioni retorico patriottiche incentrate sulla povera nazione italiana. Non solo. La difesa dei diritti della nazione fu sempre più connessa con la denigrazione del parlamento e del suo simbolo, Giolitti. E la decisione di entrare in guerra, con vicissitudini che è impossibile approfondire qui, avvenne assecondando l’opinione pubblica, bypassando completamente il Parlamento, calpestando la maggioranza che vi risiedeva. Il momento patriottico sublime battezzato con l’impotenza della massima istituzione dello Stato. Prodromi. Con l’idea di patria portata avanti - sin dall’epoca post unitaria in verità - come una mignotta.
Quando Mussolini, in novembre, fece il suo discorso dai banchi del governo, dopo la Marcia su Roma, poteva già permettersi un disprezzo del Parlamento che era stato costruito, non da lui ma nei quarant’anni precedenti. Lo stesso dicasi per l’antidemocrazia e per l’imperialismo. Cancri che si erano sviluppati sotto l’aura dello Stato liberale e che erano già abbondantemente metastatizzati. Evidentemente Mussolini era un ottimo diagnosta.
Il Partito fascista era diventato il partito che colmava il famoso buco lasciato dai liberali: ad esso aderirono in massa la borghesia e le élite che non si erano costituite in partito contro i pericoli rosso e nero. Dati alla mano, la maggioranza erano commercianti ed esercenti, industriali, proprietari terrieri, studenti. Era la prima volta dall’Unità. Bella presa! I liberali non seppero minimamente reagire a questa situazione (non avevano in realtà mai dovuto affrontarla). Persero il loro ruolo di riferimento e si ostinarono a non costituirsi partito, come fecero invece i cattolici col Partito Popolare.
C’è anche da dire che l’azione stessa di Mussolini e del suo partito fu destabilizzante: a posizioni social rivoluzionarie dei primi tempi si sostituirono repentinamente orientamenti profondamente liberisti. Questo, unito ad una curata organizzazione, all’attività squadrista, alla garanzia data ai proprietari contro il socialismo (siamo agli inizi), procurò adesioni massicce.
Anche le forme repressive dell’autorità centrale, coltivati dalla destra liberale, avevano lentamente preparato il terreno, per lo meno culturale, all’azione fascista.
Non credo che la lacerazione sociale e i problemi causati dalla guerra avessero influito più delle altre istanze. Anzi. Mussolini incarnava l’uomo di genio, il principe invocato da decenni.
La forza dominante che ha reso servizi inestimabili al paese, sconfiggendo la Bestia Trionfante del bolscevismo, gli antinterventisti e i fautori della lotta di classe, l’immobilismo di uno stato liberale incapace di mettere a frutto i risultati della Vittoria…
Così iniziavano i comunicati radio fascisti… c’è bisogno d’altro?
La cosa più fica però è che una delle due ragazze coi giornali in borsa, dopo la schermaglia del caffè ha fatto una simpatica osservazione: “È arrivato Piero Gobetti”. Ce l’aveva con me. E aveva ragione.
(per ora basta...)

martedì 15 novembre 2011

Raccontami una storia. Propedeutica dell'Unità. /3

si dà il caso che già a partire dal 1862 correnti antiparlamentariste diventassero sempre più potenti sia nella politica che nell’opinione pubblica. A metà degli anni ’70 dell’Ottocento Guerrazzi scriveva del Parlamento: simbolo della meschinità e dell’affarismo di quell’Italia postrisorgimentale, in cui si è consumato fino in fondo il tradimento di quelle potenzialità democratiche e popolari per le quali si era tanto lottato. Ed era una voce tra le tantissime. Dagli addetti ai lavori ai giornalisti, dai narratori agli sceneggiatori teatrali era un pullulare di tesi, saggi, satire, invettive contro il parlamento. In questo contesto, oltre alla comune critica dell’Italiano, individualista e senza disciplina, si raggiungevano picchi di antidemocrazia mascherata per interesse della nazione. Ad esempio Gaetano Mosca in (Teorica dei governi e governo parlamentare, 1884): Chiunque abbia assistito ad una elezione sa benissimo che non sono gli elettori che eleggono il deputato, ma ordinariamente è il deputato che si fa eleggere dagli elettori: se questa dizione non piacesse, potremmo surrogarla con l’altra che sono i suoi amici che lo fanno eleggere. Ad ogni modo questo è sicuro che una candidatura è sempre l’opera di un gruppo di persone riunite per un intento comune, di una minoranza organizzata che, come sempre, fatalmente e necessariamente s’impone alla maggioranza disorganizzata. Dunque coloro che “si fanno scegliere” dagli elettori non erano i migliori, i più saggi ma i più spregiudicati ed immorali. A me questo tratto ricorda qualcosa. Qualcosa che ci trasciniamo dall’Unità al 2011. Concludeva Mosca in maniera inquietante: Che possa e debba durare lungamente il regime parlamentare puro quale l’abbiamo ora in Italia, qual è in Francia e in qualche altro paese, che esso possa quindi divenire una forma di governo stabile e normale, noi non crediamo in nessun modo probabile. Echi dello stesso tenore in Ruggero Bonghi e persino Cesare Lombroso per il quale il parlamento “eccita al delitto”. Profetico.
La rappresentanza produceva, secondo i più (anche se non per tutti), effetti negativi (siamo al tempo degli scandali bancari e della corruzione manifestatasi dilagante e capillare) senza possibilità di rimedio. Ad ogni modo i critici più autorevoli del parlamentarismo erano di parte liberale. Si possono spiegare le radici di questo fenomeno ma non è qui il caso. Il dato è che c’era il fenomeno.
A fine Ottocento per riepilogare, abbiamo forte autorità centrale con ingerenza nelle amministrazioni periferiche senza poteri di controllo, limiti alla libertà di stampa e di associazione, necessità di espansioni coloniali, liberalprotezionismo, apertura a uomo di genio, negazione del concetto di classe, incivilimento e antiparlamentarismo galoppante. Non sono prodromi? Vabbè, non sono nemmeno provvedimenti anti dittatura. O no?
Nel 1897 è Sidney Sonnino a teorizzare (Torniamo allo Statuto) la necessità di restituire al Principe, uomo sopra le parti, simbolo di unità, un’autorità sovraparlamentare che mantenga alta e inamovibile l’attenzione sull’interesse generale dello stato oltre ogni steccato di particolarismi partitici, individualistici, settoriali (e ridagli, cioè, con l’uomo di genio).
Il pensiero di Sonnino  si rafforzava anche per via della crescente affermazione (ritenuta esiziale) del Partito Socialista e di gruppi di questa estrazione che, pur divisi da differenze apparentemente incolmabili, erano tutti uniti nell’avversità alle istituzioni politiche e socio economiche dello Stato unitario. In mezzo la Chiesa, ostile allo Stato liberale e all’avanzata di socialisti e comunisti. Alle opposizioni cattoliche o repubblicane (il pericolo nero a quei tempi erano loro) e a socialisti e comunisti (il pericolo rosso) non si rispose con la costituzione di un partito liberale. Lasciando un vuoto che… provate a indovinare chi ci si è buttato a volo d’angelo?
(continua)

mercoledì 9 novembre 2011

Raccontami una storia. Propedeutica dell'Unità. /2

Ora non voglio dire che questi fossero i prodromi del fascismo, ci mancherebbe. Quello che voglio dire, insisto, è che prima di fare dei distinguo netti tra il prima e il dopo nella storia, bisogna guardare le cose con cautela. E che si assisteva al radicarsi di una cultura in cui il fascismo avrebbe attecchito facilmente. Procediamo.
Un forte controllo centrale senza garanzie era unito in quel tempo a uno sfrenato liberismo in campo economico che favoriva ovviamente grandi invasioni di mercato da parte degli stranieri. Il liberismo doganale presupponeva una concezione, molto radicata, che non vi fosse uno spazio naturale, una predisposizione, per lo sviluppo industriale in Italia. È solo a partire dalla fine degli anni’60 dell’Ottocento che cresce un’esigenza sempre più forte di rivedere le politiche doganali in senso protezionista e di favorire un'industria solida. Si prendeva a modello la Prussia che otteneva successi militari grazie alla preparazione e alla dotazione dei suoi eserciti ma anche alla forza economica, dovuta alla grande capacità dei tecnici, alla competenza delle maestranze, alla grandezza delle sue industrie. Una prospettiva di accrescimento delle capacità industriali nazionali si stava alimentando in tutta Europa: forte produzione siderurgica (armi, ferrovie, navi) e forte potenza militare. E l’Italia fece il suo. Un quadro chiaro e coerente si ebbe negli anni ’80 dove si riscontra grande produzione di apparati bellici, miglioramento dell’esercito, espansione coloniale. E in più coltivazione e ampliamento dei rapporti con l’area austro tedesca (che otteneva successi militari e politici a manetta). In quel momento l’innalzamento delle tariffe doganali sembrava un obbligo.
In questo contesto le idee di patria e di interesse nazionale, oltre i retorici richiami al re e a Garibaldi, vennero identificate con difesa degli interessi economici e difesa della produzione nazionale.
Una pubblicazione di Leone Carpi, L’Italia vivente del 1878, offre una buona possibilità interpretativa della situazione generale italiana. In un quadro sociale diviso e conflittuale (diviso nelle politiche amministrative, nelle aspirazioni, nell’idea stessa di nazione) Carpi riteneva necessario affidare allo Stato (nota bene: e fors’anche a uomo di genio) il compito di imporre riforme: politica protezionista, espansione coloniale, riduzione della corruzione nell’amministrazione e nella politica, istruzione e educazione (il solito incivilimento). Va detto che in quel periodo era molto diffuso il pensiero per il quale un’analisi che dividesse in classi la società fosse operazione antipatriottica che minava l’unità. La tendenza era quella di pensare la nazione come un blocco coeso e dal comune sentire. Ai termini borghesia, proletariato si preferiva il termine omnicomprensivo di popolo.
Dunque, siamo a metà cammino: forte autorità centrale con ingerenza nelle amministrazioni periferiche senza poteri di controllo, limiti alla libertà di stampa e di associazione, necessità di espansioni coloniali, liberalprotezionismo – diciamo, apertura a uomo di genio, negazione del concetto di classe, incivilimento. La situazione non era granché liberale. O lo era solo in parte, concedendo spazi a forme antidemocratiche. O no?
Per me, scusate, il concetto che passa è di enorme distanza tra gli ideali e i sogni italiani e la realtà. Con preoccupanti segnali di deriva…” dico dopo aver più o meno espresso quanto sopra.
Ma tutte le nazioni” - fa lei – “hanno dovuto lottare per assestarsi e migliorarsi. Guarda gli Stati Uniti. Però se noi non avessimo avuto quella pausa del Ventennio, avremmo avuto un progresso più lineare”.
Ora il vaffanculo sarebbe stato d’obbligo. Ma ho soprasseduto. “Scusa devo andare a ritirare i soldi”.
Aspetta, prendiamo un caffè”.
Grazie, ho già fatto”.
Non lo volevo dire. Quella cosa che avevo in mente non la volevo proprio dire. Però affermare che il Ventennio è stata una “pausa” non riuscivo a sopportarlo. Allora mi sono ricordato della metafora Craxiana che lei aveva citato, a sproposito, alla cena; e ho creato: “Senti, è come dire che Mani Pulite è stata una pausa tra prima e seconda repubblica”. Un po’ meno a sproposito ma altrettanto destabilizzante. Speravo di non dover continuare.
Be’” - si ostina invece lei – “un conto è agire nel parlamento, un conto è agire nella dittatura”.
Niente. Non ci riesce a dire una cosa pertinente. Però stavolta avevo iniziato io. Sono riuscito a scappare. Però avrei continuato così:
(continua, appunto)

mercoledì 2 novembre 2011

Raccontami una storia. Propedeutica dell'Unità. /1

Sono debitore per questa e per le puntate che seguiranno a A.M. Banti, Storia della borghesia italiana, Roma 1996 che ho letteralmente saccheggiato.


Ora di pausa. Scendo al bancomat. Banchetto di contestatori. Mentre guardo distrattamente il castagnaro, l’occhio va pure su un manifesto in bianco e nero appeso a un tavolo di plastica. Non si capisce una mazza. Termini vecchi e desemantizzati vorrebbero esprimere la stanchezza del popolo oppresso. Dietro, sotto il tavolo, infradito scamosciate. Alzo lo sguardo. Era lei, quella della cena coi faretti.
Ciao”.
Ciao. Vuoi un volantino?”
Certo. Come va?”
Come vuoi che vada? Con questi bori al governo.”
Eh, lo so. Sarebbe ora della rivoluzione. Che dici?” Cerco di fare il simpatico.
Guarda”, fa lei, “ormai mi accontenterei persino di un governo di destra con persone normali. Normali dico. Gente per bene. La destra storica”.
E ti pareva. Lo sapevo che finiva così. Me ne volevo andare con una scusa tipo “ho fretta, mi aspettano”. Però purtroppo ho risposto: “Nooo, quelli no. Quelli ci hanno portati dritti dritti al fascismo”.
Ma scherzi? Cavour, Ricasoli… è a loro che dobbiamo quel po’ di Stato che funziona! E te lo dico io che sono quasi stalinista”.
Porcaeva. Ma perché mi metto sempre in questi casini? Dovevo pure tornare a lavoro…
Vabbe’, senti ne parliamo un’altra volta. Tanto pare che anche non volendo ci vediamo spesso.”
No, no. Dimmi, almeno in sintesi, quello che pensi”.
Madonnamia. Qui si finisce a litigare. Non c’è nemmeno un padrone di casa a fare da peacekeeper.
Guarda, voglio solo dire che le cose non piovono dal cielo. Se siamo arrivati al fascismo e se ora abbiamo una marea di problemi di ordine amministrativo e politico i motivi stanno già nei primi anni di unità. Altro che Patria e bandiera. Quello era il corollario retorico di atteggiamenti tutt’altro che liberali.”
Cioè la destra liberale non era liberale? Ma sei impazzito? Carla, Luisa, venite a sentire!”
Ma tu che vuoi da me? Io me ne stavo andando. Hai insistito.”
No, dimmi. Voglio che ascoltino anche loro.”
E arrivano due con jeans, maglietta, sneakers. Dalle borse spuntano vari quotidiani: riconosco il Manifesto, la Repubblica ma ce ne sono almeno altri due misteriosi.
Che devo dire? Meno parli meglio è. Se parli sono rotture di palle. Poi dicono che io non mi filo nessuno.
Il fatto è che se uno va a vedere sul serio l’ordinamento programmato e attuato dalla “destra liberale” tra il 1859 e il 1865 si evince con chiarezza la volontà di realizzare uno stato forte e autoritario. Una cosiddetta dittatura della maggioranza. E se qualche seria causa si può rintracciare, dopo il 1870, nelle spinte antiunitarie e nel brigantaggio, è proprio nel periodo precedente, quando questi problemi non sono all’ordine del giorno, che si vede la volontà tutt’altro che aperta del governo centrale.
Tanto per cominciare: secondo la legge del 20 marzo 1865, art. 3 il prefetto rappresentava il potere esecutivo in tutta la provincia, provvedeva alla pubblicazione ed esecuzione delle leggi, vegliava sull’andamento di tutte le pubbliche amministrazioni, soprintendeva alla pubblica sicurezza, aveva diritto di disporre della forza pubblica e di richiedere la forza armata. Dipendeva, inoltre e soprattutto, dal Ministro dell’Interno di cui eseguiva le istruzioni. Queste istruzioni riguardavano l’ingerenza governativa nell’amministrazione comunale e provinciale, regolata da legge ben precisa (cioè questa cosa dell’ingerenza la legge ce l’aveva nel titolo). Tra i compiti del prefetto c’era ad esempio quello di controllare e approvare le deliberazioni dei consigli comunali perché diventassero esecutive. E controllava anche gli atti dei consigli provinciali. Da solo. Dunque il governo aveva una vigilanza assai ampia sui provvedimenti degli organi elettivi. Senza contare che ai prefetti si delegava il compito di stimolo delle forze economiche e sociali nella loro area di competenza, per accelerare processi di incivilimento (traducibile con un più prosaico ruolo di educazione e propaganda). Cioè una capillare penetrazione degli organi centrali nella società senza reali decentramenti. Forza e autorità centrale.
Questo derivava da un concetto comune all’intera classe politica riconosciuta come “destra storica”. Prendiamo le parole di un padre della patria acclamato come Massimo D’Azeglio: Che cos’è il governo? Non è forse quello tra i partiti che s’è trovato più numeroso, e che secondo le regole del sistema costituzionale fu perciò investito del potere esecutivo? Il governo, mi direte, è per tutti; dunque dev’essere imparziale fra tutti i partiti. Come imparziale? Pugna ne’ termini. Precisamente perché è un partito, e nel principio medesimo che l’ha condotto al potere, deve cercare di restarvi: l’agire in altro senso sarebbe rinnegare sé stesso, la sua politica, la fiducia della corona e della maggioranza del paese. Lo Stato è considerato di proprietà di una parte. E la proprietà dello Stato si fonda sul consenso elettorale. Altro che Berlusconi. Che un prefetto dovesse agire in esecuzione imparziale delle leggi a D’Azeglio e compagnia non passava neanche per l’anticamera del cervello.
Non solo. Fin dalle prime elezioni l’opinione pubblica poté constatare che il governo cercava in ogni modo di influenzare gli elettori attraverso l’azione dei prefetti. Il liberalismo de’ noantri. Il governo era anche un partito e faceva campagna elettorale con tutti i mezzi a sua disposizione, anche attraverso istituzioni che per loro natura avrebbero dovuto garantire imparzialità.
Ugualmente nei confronti del potere giudiziario: mentre nei proclami generali si intendeva dare la massima indipendenza alla magistratura, era proprio con leggi apposite che questa indipendenza veniva sostanzialmente negata. Nel regio decreto del 6 dicembre 1865, art. 169 si diceva: il pubblico ministero è rappresentante del potere esecutivo presso l’autorità giudiziaria (un prefetto presso i tribunali dunque) ed è posto sotto la direzione del ministro di Giustizia. Il Ministro poteva procedere direttamente alle nomine, indipendentemente dai concorsi, poteva trasferire, sospendere o dimettere d’ufficio. Cioè o il magistrato seguiva le direttive del governo o lo defenestravano. I liberali. Quello giudiziario era solo un ordine, dunque sottoposto al rigoroso controllo del governo centrale. Non garantire l’inamovibilità dei giudici significava non garantirne l’indipendenza, come sapevano perfettamente molti esponenti politici di allora.
Poi: è noto che lo Statuto Albertino prevedeva libertà di stampa. Con esso in realtà si aboliva la censura preventiva ma non il controllo repressivo. Cioè si colpivano le pubblicazioni non più prima che eventualmente violassero la legge e l’ordine ma dopo. Prima scrivi, però se non scrivi come dico io ti metto in galera. E infatti il pubblico ministero, su propria iniziativa o dietro querela privata, poteva mettere sotto la morsa dell’azione penale uno stampato, dichiarando le proprie motivazioni e dandone notizia immediata al giudice che, per accertarsi della consistenza giuridica, disponeva il sequestro di una copia da visionare. Ora, questo sequestro venne da sempre interpretato in modo estensivo come di tutte le copie in circolazione. Tutte. Salvo poi restituirle al proprietario nel caso di un decadimento delle motivazioni che avevano imposto l’avvio delle procedure giudiziarie. È ovvio però che restituire un quotidiano - tutte le copie di un quotidiano - anche solo il giorno dopo, lo rendeva inutilizzabile. E dunque il sequestro diventava un potente strumento censorio, come in effetti fu. Se consideriamo la sudditanza del pubblico ministero nei confronti del governo, risulta chiara la capacità di vigilanza che quest’ultimo poteva esercitare sulla stampa.
Addirittura e inoltre, nei confronti delle associazioni la capacità di intervento dell’esecutivo non aveva alcun tipo di intermediazione. Quando iniziarono a formarsi le prime associazioni di orientamento politico contrario al governo (repubblicani in primo luogo) si voleva che fosse il presidente del consiglio a scioglierle. Fu Rattazzi ad accettare questa linea e a presentare un disegno di legge, il 3 giugno del 1862, atto a dare il potere al governo di sciogliere associazioni i cui principi fossero contrari allo Statuto e che minassero la sicurezza dello Stato. Vista una certa ostilità della Camera il presidente sollecitò un parere del Consiglio di Stato sul fatto che il governo potesse sciogliere le associazioni “suscettibili di danneggiare gravemente l’ordine pubblico”. Il Consiglio di Stato diede parere favorevole, il parere divenne giurisprudenziale e il governo si trovò nelle mani il potere di decidere quali fossero le associazioni buone o cattive in maniera del tutto arbitraria e autoreferenziale. I liberali.
(continua)

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