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martedì 22 novembre 2011

Raccontami una storia. Propedeutica dell'Unità. /4

Falliti i tentativi di riforma di Crispi, sepolto politicamente dalla sconfitta di Adua (1 marzo 1896) con ridimensionamento dei sogni di gloria coloniale, le tensioni sociali stavano divenendo insostenibili. È dell’8 maggio 1898 il triste episodio dei cannoni di Bava Beccaris. È dei governi di quel periodo (Di Rudinì, Pelloux) un disegno di legge totalmente repressivo nei confronti della libertà di stampa e in tema di pubblica sicurezza. È del 29 luglio 1900 l’omicidio di Umberto I. La formula risolutiva migliore, a partire dal governo Zanardelli ma ad opera soprattutto di Giolitti, sembrò quella di integrare sempre di più le masse nello Stato liberale (e via di nuovo dunque con la negazione del concetto di classe). Accordarsi perciò con i rappresentanti dei loro movimenti politici. Questo scatenò feroci polemiche (giornali, libri, articoli accademici): riesplose la polemica antiparlamentare e antidemocratica, di nuovo emerse la necessità di protezione delle industrie nazionali (sul mercato interno ed estero), la necessità dell’espansione coloniale. E una nuova terminologia con la retorica della patria alla base. L’amore verso la nazione non era più però memoria delle guerre d’indipendenza o fedeltà allo Statuto e al monarca; era aggressiva rivendicazione; era protezionismo e colonialismo. Quello che risultava nuovo era anche una enfatizzazione del tema etnico-razziale: scriveva Corradini nel 1905 che Per la Patria, noi ci perdiamo allora nel caos di generazioni lontane del nostro stesso sangue, che respirarono e respireranno sotto il nostro stesso cielo. […] Questa è la solidarietà nazionale.
A questo si aggiungeva però, piccolo elemento di diversità, un paradossale acuirsi della lotta di classe nel tentativo di risolverla e arrivare a negare le distinzioni: per ritornare all’armonia sociale, secondo Prezzolini, bisognava che la borghesia utilizzasse gli stessi metodi delle leghe socialiste. Bisogna che essa (la borghesia) faccia diventare realtà quella che finora è stata solo odiosa predicazione, cioè la lotta di classe, ma con l’intento appunto di farla cessare. Il tutto conviveva in una visione che ha aspetti angosciosamente contemporanei: vi era una borghesia odiosa, quella dei politicanti; vi era però una borghesia fatta di gente che produceva, di gente che lavorava alacremente con i proletari che volessero eseguire seriamente i loro compiti. Questa era la vera nazione. La nazione del lavoro. Con distinzione solo tra buoni e cattivi senza, appunto, classificazioni.
E, a parlare fuori dai denti, anche qui qualche prodromo ci sarebbe. D’altro canto Prezzolini… ma pure Berlusconi.
Dunque c’era un’Italia buona (composta di borghesia e proletariato) che era profondamente nazionale. Ma un’altra, di identica composizione, totalmente antinazionale.
A semplificare la situazione e, sostanzialmente, a scoprire le carte anche in prospettiva venne la Grande Guerra. Neutralisti e interventisti. Stop. Giolitti e la maggioranza nel Parlamento neutralisti. I socialisti neutralisti. Tranne uno: Benito Mussolini, direttore dell’Avanti!. Per le sue posizioni interventiste, radicalmente interventiste, dette le dimissioni e fondò un altro quotidiano: Il Popolo d’Italia; poco dopo fu espulso dal partito.
Questo è un punto cruciale. È noto che i fronti d’opinione fossero estremamente variegati. Ma che un socialista di primo piano, direttore del quotidiano di partito, prendesse una piega così contraria rispetto all’intero corpo politico cui apparteneva a me fa sospettare che avesse odorato e analizzato assai a fondo non tanto la situazione politica ma il tessuto sociale della nazione. E che le cose fin qui descritte fossero elementi cristallini di una partita a scacchi in cui lui aveva fatto un calcolo eccezionale. La mossa pro intervento costituiva la prima di una serie forzata che, pur non finendo col matto, gli avrebbe concesso una supremazia territoriale sulla scacchiera difficilmente scardinabile.
L’idea della guerra conquistava fette sempre più ampie dell’opinione pubblica, si costituivano associazioni interventiste e le cosiddette élite diventavano sempre di più a favore di una guerra senza compromessi (per interessi nazionalisti, economici, personali). Si costituirono comitati per raccogliere finanziamenti con cui si fondarono quotidiani interventisti. Il Popolo d’Italia nacque ad esempio grazie ai soldi di una cospicua cordata di cui facevano parte anche Esterle (Edison), Agnelli (Fiat), Perrone (Ansaldo). Mussolini aveva scommesso tutto sulla guerra.
L’asse austro-tedesco non era più un interlocutore come una trentina di anni prima. Era l’usurpatore, il nemico. E giù una nuova carrellata di argomentazioni retorico patriottiche incentrate sulla povera nazione italiana. Non solo. La difesa dei diritti della nazione fu sempre più connessa con la denigrazione del parlamento e del suo simbolo, Giolitti. E la decisione di entrare in guerra, con vicissitudini che è impossibile approfondire qui, avvenne assecondando l’opinione pubblica, bypassando completamente il Parlamento, calpestando la maggioranza che vi risiedeva. Il momento patriottico sublime battezzato con l’impotenza della massima istituzione dello Stato. Prodromi. Con l’idea di patria portata avanti - sin dall’epoca post unitaria in verità - come una mignotta.
Quando Mussolini, in novembre, fece il suo discorso dai banchi del governo, dopo la Marcia su Roma, poteva già permettersi un disprezzo del Parlamento che era stato costruito, non da lui ma nei quarant’anni precedenti. Lo stesso dicasi per l’antidemocrazia e per l’imperialismo. Cancri che si erano sviluppati sotto l’aura dello Stato liberale e che erano già abbondantemente metastatizzati. Evidentemente Mussolini era un ottimo diagnosta.
Il Partito fascista era diventato il partito che colmava il famoso buco lasciato dai liberali: ad esso aderirono in massa la borghesia e le élite che non si erano costituite in partito contro i pericoli rosso e nero. Dati alla mano, la maggioranza erano commercianti ed esercenti, industriali, proprietari terrieri, studenti. Era la prima volta dall’Unità. Bella presa! I liberali non seppero minimamente reagire a questa situazione (non avevano in realtà mai dovuto affrontarla). Persero il loro ruolo di riferimento e si ostinarono a non costituirsi partito, come fecero invece i cattolici col Partito Popolare.
C’è anche da dire che l’azione stessa di Mussolini e del suo partito fu destabilizzante: a posizioni social rivoluzionarie dei primi tempi si sostituirono repentinamente orientamenti profondamente liberisti. Questo, unito ad una curata organizzazione, all’attività squadrista, alla garanzia data ai proprietari contro il socialismo (siamo agli inizi), procurò adesioni massicce.
Anche le forme repressive dell’autorità centrale, coltivati dalla destra liberale, avevano lentamente preparato il terreno, per lo meno culturale, all’azione fascista.
Non credo che la lacerazione sociale e i problemi causati dalla guerra avessero influito più delle altre istanze. Anzi. Mussolini incarnava l’uomo di genio, il principe invocato da decenni.
La forza dominante che ha reso servizi inestimabili al paese, sconfiggendo la Bestia Trionfante del bolscevismo, gli antinterventisti e i fautori della lotta di classe, l’immobilismo di uno stato liberale incapace di mettere a frutto i risultati della Vittoria…
Così iniziavano i comunicati radio fascisti… c’è bisogno d’altro?
La cosa più fica però è che una delle due ragazze coi giornali in borsa, dopo la schermaglia del caffè ha fatto una simpatica osservazione: “È arrivato Piero Gobetti”. Ce l’aveva con me. E aveva ragione.
(per ora basta...)

mercoledì 9 novembre 2011

Raccontami una storia. Propedeutica dell'Unità. /2

Ora non voglio dire che questi fossero i prodromi del fascismo, ci mancherebbe. Quello che voglio dire, insisto, è che prima di fare dei distinguo netti tra il prima e il dopo nella storia, bisogna guardare le cose con cautela. E che si assisteva al radicarsi di una cultura in cui il fascismo avrebbe attecchito facilmente. Procediamo.
Un forte controllo centrale senza garanzie era unito in quel tempo a uno sfrenato liberismo in campo economico che favoriva ovviamente grandi invasioni di mercato da parte degli stranieri. Il liberismo doganale presupponeva una concezione, molto radicata, che non vi fosse uno spazio naturale, una predisposizione, per lo sviluppo industriale in Italia. È solo a partire dalla fine degli anni’60 dell’Ottocento che cresce un’esigenza sempre più forte di rivedere le politiche doganali in senso protezionista e di favorire un'industria solida. Si prendeva a modello la Prussia che otteneva successi militari grazie alla preparazione e alla dotazione dei suoi eserciti ma anche alla forza economica, dovuta alla grande capacità dei tecnici, alla competenza delle maestranze, alla grandezza delle sue industrie. Una prospettiva di accrescimento delle capacità industriali nazionali si stava alimentando in tutta Europa: forte produzione siderurgica (armi, ferrovie, navi) e forte potenza militare. E l’Italia fece il suo. Un quadro chiaro e coerente si ebbe negli anni ’80 dove si riscontra grande produzione di apparati bellici, miglioramento dell’esercito, espansione coloniale. E in più coltivazione e ampliamento dei rapporti con l’area austro tedesca (che otteneva successi militari e politici a manetta). In quel momento l’innalzamento delle tariffe doganali sembrava un obbligo.
In questo contesto le idee di patria e di interesse nazionale, oltre i retorici richiami al re e a Garibaldi, vennero identificate con difesa degli interessi economici e difesa della produzione nazionale.
Una pubblicazione di Leone Carpi, L’Italia vivente del 1878, offre una buona possibilità interpretativa della situazione generale italiana. In un quadro sociale diviso e conflittuale (diviso nelle politiche amministrative, nelle aspirazioni, nell’idea stessa di nazione) Carpi riteneva necessario affidare allo Stato (nota bene: e fors’anche a uomo di genio) il compito di imporre riforme: politica protezionista, espansione coloniale, riduzione della corruzione nell’amministrazione e nella politica, istruzione e educazione (il solito incivilimento). Va detto che in quel periodo era molto diffuso il pensiero per il quale un’analisi che dividesse in classi la società fosse operazione antipatriottica che minava l’unità. La tendenza era quella di pensare la nazione come un blocco coeso e dal comune sentire. Ai termini borghesia, proletariato si preferiva il termine omnicomprensivo di popolo.
Dunque, siamo a metà cammino: forte autorità centrale con ingerenza nelle amministrazioni periferiche senza poteri di controllo, limiti alla libertà di stampa e di associazione, necessità di espansioni coloniali, liberalprotezionismo – diciamo, apertura a uomo di genio, negazione del concetto di classe, incivilimento. La situazione non era granché liberale. O lo era solo in parte, concedendo spazi a forme antidemocratiche. O no?
“Per me, scusate, il concetto che passa è di enorme distanza tra gli ideali e i sogni italiani e la realtà. Con preoccupanti segnali di deriva…” dico dopo aver più o meno espresso quanto sopra.
“Ma tutte le nazioni” - fa lei – “hanno dovuto lottare per assestarsi e migliorarsi. Guarda gli Stati Uniti. Però se noi non avessimo avuto quella pausa del Ventennio, avremmo avuto un progresso più lineare”.
Ora il vaffanculo sarebbe stato d’obbligo. Ma ho soprasseduto. “Scusa devo andare a ritirare i soldi”.
“Aspetta, prendiamo un caffè”.
“Grazie, ho già fatto”.
Non lo volevo dire. Quella cosa che avevo in mente non la volevo proprio dire. Però affermare che il Ventennio è stata una “pausa” non riuscivo a sopportarlo. Allora mi sono ricordato della metafora Craxiana che lei aveva citato, a sproposito, alla cena; e ho creato: “Senti, è come dire che Mani Pulite è stata una pausa tra prima e seconda repubblica”. Un po’ meno a sproposito ma altrettanto destabilizzante. Speravo di non dover continuare.
“Be’” - si ostina invece lei – “un conto è agire nel parlamento, un conto è agire nella dittatura”.
Niente. Non ci riesce a dire una cosa pertinente. Però stavolta avevo iniziato io. Sono riuscito a scappare. Però avrei continuato così:
(continua, appunto)

mercoledì 2 novembre 2011

Raccontami una storia. Propedeutica dell'Unità. /1

Sono debitore per questa e per le puntate che seguiranno a A.M. Banti, Storia della borghesia italiana, Roma 1996 che ho letteralmente saccheggiato.


Ora di pausa. Scendo al bancomat. Banchetto di contestatori. Mentre guardo distrattamente il castagnaro, l’occhio va pure su un manifesto in bianco e nero appeso a un tavolo di plastica. Non si capisce una mazza. Termini vecchi e desemantizzati vorrebbero esprimere la stanchezza del popolo oppresso. Dietro, sotto il tavolo, infradito scamosciate. Alzo lo sguardo. Era lei, quella della cena coi faretti.
“Ciao”.
“Ciao. Vuoi un volantino?”
“Certo. Come va?”
“Come vuoi che vada? Con questi bori al governo.”
“Eh, lo so. Sarebbe ora della rivoluzione. Che dici?” Cerco di fare il simpatico.
“Guarda”, fa lei, “ormai mi accontenterei persino di un governo di destra con persone normali. Normali dico. Gente per bene. La destra storica”.
E ti pareva. Lo sapevo che finiva così. Me ne volevo andare con una scusa tipo “ho fretta, mi aspettano”. Però purtroppo ho risposto: “Nooo, quelli no. Quelli ci hanno portati dritti dritti al fascismo”.
“Ma scherzi? Cavour, Ricasoli… è a loro che dobbiamo quel po’ di Stato che funziona! E te lo dico io che sono quasi stalinista”.
Porcaeva. Ma perché mi metto sempre in questi casini? Dovevo pure tornare a lavoro…
“Vabbe’, senti ne parliamo un’altra volta. Tanto pare che anche non volendo ci vediamo spesso.”
“No, no. Dimmi, almeno in sintesi, quello che pensi”.
Madonnamia. Qui si finisce a litigare. Non c’è nemmeno un padrone di casa a fare da peacekeeper.
“Guarda, voglio solo dire che le cose non piovono dal cielo. Se siamo arrivati al fascismo e se ora abbiamo una marea di problemi di ordine amministrativo e politico i motivi stanno già nei primi anni di unità. Altro che Patria e bandiera. Quello era il corollario retorico di atteggiamenti tutt’altro che liberali.”
“Cioè la destra liberale non era liberale? Ma sei impazzito? Carla, Luisa, venite a sentire!”
“Ma tu che vuoi da me? Io me ne stavo andando. Hai insistito.”
“No, dimmi. Voglio che ascoltino anche loro.”
E arrivano due con jeans, maglietta, sneakers. Dalle borse spuntano vari quotidiani: riconosco il Manifesto, la Repubblica ma ce ne sono almeno altri due misteriosi.
Che devo dire? Meno parli meglio è. Se parli sono rotture di palle. Poi dicono che io non mi filo nessuno.
Il fatto è che se uno va a vedere sul serio l’ordinamento programmato e attuato dalla “destra liberale” tra il 1859 e il 1865 si evince con chiarezza la volontà di realizzare uno stato forte e autoritario. Una cosiddetta dittatura della maggioranza. E se qualche seria causa si può rintracciare, dopo il 1870, nelle spinte antiunitarie e nel brigantaggio, è proprio nel periodo precedente, quando questi problemi non sono all’ordine del giorno, che si vede la volontà tutt’altro che aperta del governo centrale.
Tanto per cominciare: secondo la legge del 20 marzo 1865, art. 3 il prefetto rappresentava il potere esecutivo in tutta la provincia, provvedeva alla pubblicazione ed esecuzione delle leggi, vegliava sull’andamento di tutte le pubbliche amministrazioni, soprintendeva alla pubblica sicurezza, aveva diritto di disporre della forza pubblica e di richiedere la forza armata. Dipendeva, inoltre e soprattutto, dal Ministro dell’Interno di cui eseguiva le istruzioni. Queste istruzioni riguardavano l’ingerenza governativa nell’amministrazione comunale e provinciale, regolata da legge ben precisa (cioè questa cosa dell’ingerenza la legge ce l’aveva nel titolo). Tra i compiti del prefetto c’era ad esempio quello di controllare e approvare le deliberazioni dei consigli comunali perché diventassero esecutive. E controllava anche gli atti dei consigli provinciali. Da solo. Dunque il governo aveva una vigilanza assai ampia sui provvedimenti degli organi elettivi. Senza contare che ai prefetti si delegava il compito di stimolo delle forze economiche e sociali nella loro area di competenza, per accelerare processi di incivilimento (traducibile con un più prosaico ruolo di educazione e propaganda). Cioè una capillare penetrazione degli organi centrali nella società senza reali decentramenti. Forza e autorità centrale.
Questo derivava da un concetto comune all’intera classe politica riconosciuta come “destra storica”. Prendiamo le parole di un padre della patria acclamato come Massimo D’Azeglio: Che cos’è il governo? Non è forse quello tra i partiti che s’è trovato più numeroso, e che secondo le regole del sistema costituzionale fu perciò investito del potere esecutivo? Il governo, mi direte, è per tutti; dunque dev’essere imparziale fra tutti i partiti. Come imparziale? Pugna ne’ termini. Precisamente perché è un partito, e nel principio medesimo che l’ha condotto al potere, deve cercare di restarvi: l’agire in altro senso sarebbe rinnegare sé stesso, la sua politica, la fiducia della corona e della maggioranza del paese. Lo Stato è considerato di proprietà di una parte. E la proprietà dello Stato si fonda sul consenso elettorale. Altro che Berlusconi. Che un prefetto dovesse agire in esecuzione imparziale delle leggi a D’Azeglio e compagnia non passava neanche per l’anticamera del cervello.
Non solo. Fin dalle prime elezioni l’opinione pubblica poté constatare che il governo cercava in ogni modo di influenzare gli elettori attraverso l’azione dei prefetti. Il liberalismo de’ noantri. Il governo era anche un partito e faceva campagna elettorale con tutti i mezzi a sua disposizione, anche attraverso istituzioni che per loro natura avrebbero dovuto garantire imparzialità.
Ugualmente nei confronti del potere giudiziario: mentre nei proclami generali si intendeva dare la massima indipendenza alla magistratura, era proprio con leggi apposite che questa indipendenza veniva sostanzialmente negata. Nel regio decreto del 6 dicembre 1865, art. 169 si diceva: il pubblico ministero è rappresentante del potere esecutivo presso l’autorità giudiziaria (un prefetto presso i tribunali dunque) ed è posto sotto la direzione del ministro di Giustizia. Il Ministro poteva procedere direttamente alle nomine, indipendentemente dai concorsi, poteva trasferire, sospendere o dimettere d’ufficio. Cioè o il magistrato seguiva le direttive del governo o lo defenestravano. I liberali. Quello giudiziario era solo un ordine, dunque sottoposto al rigoroso controllo del governo centrale. Non garantire l’inamovibilità dei giudici significava non garantirne l’indipendenza, come sapevano perfettamente molti esponenti politici di allora.
Poi: è noto che lo Statuto Albertino prevedeva libertà di stampa. Con esso in realtà si aboliva la censura preventiva ma non il controllo repressivo. Cioè si colpivano le pubblicazioni non più prima che eventualmente violassero la legge e l’ordine ma dopo. Prima scrivi, però se non scrivi come dico io ti metto in galera. E infatti il pubblico ministero, su propria iniziativa o dietro querela privata, poteva mettere sotto la morsa dell’azione penale uno stampato, dichiarando le proprie motivazioni e dandone notizia immediata al giudice che, per accertarsi della consistenza giuridica, disponeva il sequestro di una copia da visionare. Ora, questo sequestro venne da sempre interpretato in modo estensivo come di tutte le copie in circolazione. Tutte. Salvo poi restituirle al proprietario nel caso di un decadimento delle motivazioni che avevano imposto l’avvio delle procedure giudiziarie. È ovvio però che restituire un quotidiano - tutte le copie di un quotidiano - anche solo il giorno dopo, lo rendeva inutilizzabile. E dunque il sequestro diventava un potente strumento censorio, come in effetti fu. Se consideriamo la sudditanza del pubblico ministero nei confronti del governo, risulta chiara la capacità di vigilanza che quest’ultimo poteva esercitare sulla stampa.
Addirittura e inoltre, nei confronti delle associazioni la capacità di intervento dell’esecutivo non aveva alcun tipo di intermediazione. Quando iniziarono a formarsi le prime associazioni di orientamento politico contrario al governo (repubblicani in primo luogo) si voleva che fosse il presidente del consiglio a scioglierle. Fu Rattazzi ad accettare questa linea e a presentare un disegno di legge, il 3 giugno del 1862, atto a dare il potere al governo di sciogliere associazioni i cui principi fossero contrari allo Statuto e che minassero la sicurezza dello Stato. Vista una certa ostilità della Camera il presidente sollecitò un parere del Consiglio di Stato sul fatto che il governo potesse sciogliere le associazioni “suscettibili di danneggiare gravemente l’ordine pubblico”. Il Consiglio di Stato diede parere favorevole, il parere divenne giurisprudenziale e il governo si trovò nelle mani il potere di decidere quali fossero le associazioni buone o cattive in maniera del tutto arbitraria e autoreferenziale. I liberali.
(continua)

venerdì 2 settembre 2011

Demolition blues

Quando m’hanno detto che erano arrivate le gru al pontile della nucleare, lo giuro, ho pensato a una migrazione di volatili. Non mi è passato nemmeno per la testa che si potesse trattare delle macchine per demolirlo. Mi sono pure detto: “Guarda che fico, magari la natura ci aiuta a farlo diventare un’attrazione turistica”. Poi sono andato al mare e ho visto coi miei occhi gli enormi bracci che si innalzavano, spiccando dalla testa del serpentone di cemento. Dietro c’era Torre Astura, come sempre, e dalla parte opposta, quasi speculare, il Circeo. Ma il pontile stava per sparire.
Io non so nemmeno com’è fatto il panorama, senza. Per me c’è sempre stato. Di qua il promontorio, di là il pontile della nucleare. È sempre stato così.
Insomma, com’è come non è, volevo piantare una grana. Quello in teoria potrebbe diventare un bene di archeologia industriale, un monumento del progresso (comunque la si pensi sul nucleare), basterebbe farci una passerella centrale e metterci un chiosco sull'estremità in mezzo al mare. A ottocento metri dalla costa. Se installi pure un cannocchiale a gettone puoi togliere le strisce blu su tutto il lungomare. E puoi trasformare un capolavoro della tecnica in un luogo di socializzazione. I costi sono gli stessi, più o meno, tra demolirlo o mantenerlo; con la differenza che mantenendolo potresti guadagnarci sopra. Pensa a mettere anche dei posti per i pescatori, due euro quattro ore… Ma non si può montare un casino ogni volta, mi dicono.

Il pontile è costituito da quattro file parallele di pilastri in cemento armato, quelle che ora stanno demolendo, tra le quali sono posati due enormi tubi di presa dell’acqua di raffreddamento dell’impianto della centrale nucleare. Due metri e settanta di diametro per una portata di centottanta metri al secondo ciascuno. Una cosa mostruosa. Quando bisognava pulirli venivano chiusi, svuotati dall’acqua e dentro ci si calava un trattore che arrivava in fondo, apriva una specie di ombrello che aveva il diametro del tubo e veniva indietro, tirandosi appresso tutto il deposito. Un deposito meraviglioso: polpi, crostacei, spigole, cefali, mafroni, saraghi, marmore. E via con la brace. A volte i pescatori, quando i tubi erano in manutenzione, andavano di nascosto a far saltare le griglie di testata dei tubi, per fare rifornimento: niente di più pericoloso. Immaginate che vuol dire rimettere in funzione tubi che aspirano acqua al ritmo di centottanta metri cubi al secondo. Se li risucchiava con tutta la barca. Ora è ovvio che se stanno demolendo i pilastri, i tubi dovranno toglierli, non è che possono lasciarli fluttuare sul fondo del mare. Almeno credo. Invece magari si potevano sfruttare come spazi; non so, potrebbe essere una cazzata ma mi sono immaginato un percorso con gli oblò: vai dentro e vedi tutto il mare dal fondo, per ottocento metri. Certo meglio che tentare di sfruttarli per incanalare gli scarichi depurati delle fogne, come ho sentito dire: avete idea della pressione che bisogna superare per fare uscire i liquidi a quella profondità? E poi i tubi finiscono nella presa d’acqua dell’impianto di raffreddamento della centrale. Boh…
Ma non voglio fare polemiche. La demolizione è inutile e dannosa, come la speranza di fare il faraonico porto col lungomare di merda che abbiamo e con le mulattiere che si ingorgano al primo che frena un po’ più prudentemente della media.

Ad ogni modo a me la sparizione del pontile m’ha messo il magone. Sarò un sentimentale, che vi debbo dire? Però non sono solo: gran parte di quelli di Borgo Sabotino (il borgo dov’è la centrale nucleare) sono con me. Hanno pure raccolto le firme ma il Comune ha agito alla traditora. Conferenza dei servizi a luglio inoltrato, cittadini senza voce e zac! Gru al pontile. Più per questo, devo dire, che per le operazioni in sé, mi viene da fare un macello. Ma anche perché è come se stessero distruggendo un pezzo di casa mia.
Migliaia di volte da ragazzino ho preso la bici e sono andato dal tribunale a Capo Portiere, ho bevuto alla fontanella e mi sono asciugato il sudore guardando il pontile, girato verso Foce verde. Da solo. Era bellissimo. Oppure ho vagato verso Sabotino, passando davanti al Procoio e poi arrivando a Foce verde. C’era un fiume che sfociava lì. Non ho mai saputo che era il canale Mussolini (detto verginalmente “delle Acque Alte”) fino a che non me l’ha detto Massimo Marzinotto. Per me l’unico canale della bonifica era quello delle Acque Medie. Ma neanche di quello sapevo nulla, se non che passava dietro casa mia e ci andavo a fare i pic nic coi compagni delle elementari. Sapevo che c’era quell’altro, intendiamoci, ma solo perché ci passavo sopra in macchina, sull’Appia.
Ora, tutti dicono che quando durante il fascismo iniziarono le demolizioni, Mario Mafai vide in giro le palazzine mezze sventrate e ne trasse delle “meditazioni coloristiche”. In effetti quel ciclo delle “demolizioni” – di Mafai ma anche di Afro – sono di una bellezza e di un fascino uniche. Sono attraenti, piene di colori, la carta da parati delle stanze scuoiate diventa una serie di macchie colorate, in un’atmosfera intensa, con la luce bella e serena. Però non c’è un’anima. Cioè non si vede un essere umano nei paraggi. Sembra quasi che Mafai ritenesse la realtà già terribile così, senza necessità di descriverla con atmosfere plumbee. Tanto è bella la luce di questa giornata, tanto sono affascinanti i colori che escono da quelle palazzine, ormai ruderi, tanto è terribile la realtà, senza umanità. E tutti dopo l’hanno presa come produzione antifascista, come aspra critica dell’atteggiamento autoritario del regime. In realtà quei casini a Roma li vedevano ininterrottamente dal 1870, non so se quella della protesta fosse la molla, la spinta principale dell’ispirazione. Certo è però che quei quadri sono bellissimi. E io vorrei tanto saper dipingere le gru al pontile, mentre mi scavo lo stomaco una volta di più.
C’è stata una volta che, passeggiando a Capo Portiere dopo la solita spedalata, ho visto una ragazza coi capelli rossi, magra, con le lentiggini. Armeggiava con una macchina fotografica, una Pentax professionale, con uno zoom montato impressionante, dentro a una Renault 4 rossa. Poi è scesa e dal bagagliaio ha preso un cavalletto. S’è piazzata sulla testata del molo, guardando verso il Circeo. Poi s’è girata verso di me e mi ha detto: “dov’è il pontile della centrale nucleare?” “è quello”, ho detto io, tracciando con la mano un semicerchio orizzontale. Lei mi ha sorriso, come per dire “grazie, che imbranata”. Punto. Be’ io quel sorriso me lo ricordo ancora come uno dei più bei regali che abbia mai ricevuto.
Adesso me lo levano, il pontile. E in vita mia non gli ho mai fatto una foto. “Tanto è là”, dicevo. E ora? Sarà che è vero - anche se mi duole ammetterlo - che la maggioranza degli esseri umani capisce di tenere alle cose quando per via degli innumerevoli casi della vita, non le ha più. Deve essere stato così pure per il palazzo della Warner Bros. a Dallas, al 508 di Park Avenue. È appena a due isolati dai quartieri bene, ma un po’ fuori mano. Se ci vai adesso vedi solo barboni, ubriachi poveracci che bivaccano. L’edificio è abbandonato e hanno deciso di demolirlo. Appena emessa l’ordinanza ecco che è scoppiato un putiferio: i giornali, gli amanti della cultura, la gente comune. Tutti uniti. “Eh no! Già a Dallas non c’è un cazzo, ci levate pure questo?”. Ed hanno ragione perché quel palazzo, oltre ad essere un pezzo storico importante, architettonicamente (è in gran parte rivestito di marmo, fuori ma soprattutto dentro, la qual cosa gli conferisce un’acustica tutta particolare), è il palazzo nel quale Robert Johnson, nel 1937, ha registrato tredici fondamentali pezzi, che hanno fatto la storia del blues e della musica americana in genere, tra cui Love in vain e Me & the devil blues. Nella stessa stanza delle mitiche registrazioni Eric Clapton ha poi inciso Sessions for Robert Johnson. Molti ragazzi che hanno imparato a suonare la chitarra sono andati là sotto, sognando che un giorno sarebbero entrati in quel palazzo e avrebbero fatto la storia. Molti invece sono andati sperando di incontrare questo o quel famoso. Anche lì tutti ci vogliono un museo, un luogo storico. E si potrebbe fare. L’hanno capito pure a Dallas che un bene culturale è tale anche se recente ma contiene pezzi della nostra anima, della nostra formazione, i nostri ricordi.
Per demolirlo, il pontile l’hanno ucciso. Era vivo e l’hanno ammazzato. Potevamo goderne tutti. Ora gode solo la Sogin.
Amen.

giovedì 21 luglio 2011

Raccontami una storia. Sventrami /2

Poiché qualcuno cominciava a intuire, anche se solo in parte, dove volessi andare a parare, è iniziata a questo punto della cena una sassaiola di commenti rapidi e negativi, lanciata col solo scopo di farmi credere che conoscevano i miei dati (in verità in gran parte ricavati, oltre che dalle sterminate letture degli ultimi vent’anni, da un’ottima tesi di dottorato di Fernando Salsano: Il ventre di Roma, trasformazione monumentale dell’area dei fori e nascita delle borgate negli anni del Governatorato fascista, Roma, Università degli studi di Tor Vergata. Si scarica da internet; grazie all’aggiunta di una serie di elementi miei, di prima mano, ho dato la lettura interpretativa generale) ma che ero un giuggiolone privo di una visione “più ad ampio spettro”. Io a dire “a Napoli più di 800.000 metri cubi” e loro “sì, non è una cifra chiara, mi pare poi siano stati molto meno”; io a dire “Haussmann, Matilde Serao” e loro “be’ sì una parte della letteratura, però… no, scusa ti ho interrotto”. E via così. Cioè io, lottatore gastronomico silente (a parte l’errore dell’antipasto), stavo facendo la fine di un estemporaneo improvvisatore di comizi male informato. Prima mi provochi e poi te la vuoi squagliare? No. Adesso ascolti fino in fondo i motivi per i quali penso che senza il minimo dato oggettivo in mano sei un banale divulgatore di luoghi comuni nascosto dietro il Manifesto (quotidiano).
Veniamo a Roma. È ovvio che Roma rappresentasse la roccaforte di un potere temporale e oscurantista della Chiesa che lo Stato laico doveva abbattere. La “terza Roma” dopo quella dell’impero e dei papi doveva nascere come capitale dell’Italia unita. Non possiamo dilungarci qui sulla quantità di idee, ripensamenti e progetti mai realizzati che si riversarono nel dibattito sulle trasformazioni e sulla realizzazione dei nuovi necessari servizi, infrastrutture, uffici. È importante però ricordare che dopo la proclamazione della capitale e prima del fascismo furono approvati tre piani regolatori e otto leggi speciali finalizzati a riorganizzare completamente una città che passava da 200.000 abitanti prima di Porta Pia a 500.000. Con l’apparato statale s’era trasferito in città un nuovo ceto sociale che si doveva integrare con un popolo variegato e concentrato sostanzialmente all’interno delle mura Aureliane. Prima dell’Unità lungo le stesse strade cittadine, le ricche famiglie nobiliari vivevano di rendita nei palazzi intorno ai quali gravitava una popolazione dedita alle attività più comuni e che trovava sostentamento anche grazie all’enorme struttura ecclesiastica che si andava arginando (altro che “Roma sparita” di poveretti). Le trasformazioni dunque venivano eseguite in un clima di forte contrasto tra aristocrazia papalina, popolo che viveva grazie al flusso dei pellegrini e nuovo ceto medio “usurpatore”. Non solo: un irrisolto dualismo si sviluppò tra competenze del potere centrale e potere locale, che favorì un'espansione immobiliare (e una nuova edificazione in centro) che avvantaggiava le nuove classi medie o medio alte, lasciando fuori mercato gli strati più bassi della popolazione (è il fenomeno sociale definito gentrification). La soluzione a questo problema determinò la nascita dei quartieri che poi, a causa di ulteriori ampliamenti, diverranno le borgate degli anni ’50 e ’60 in una continuità che le operazioni fasciste hanno contribuito ad alimentare ma di cui non sono la causa originaria.
Accanto alle motivazioni di igiene pubblica e miglioramento della circolazione, accanto alla volontà politica di stabilire una superiorità dello Stato laico, non v’è dubbio che i lavori (con tutte le storture, le speculazioni immobiliari, lo scandalo della Banca Romana etc.) avessero origine dall’esigenza di far diventare Roma una moderna capitale europea, centro di uno stato che voleva dire la sua nel panorama internazionale. E sicuramente le attività diplomatiche vanno favorite attraverso una struttura urbana che garantisca circolazione, rappresentatività, servizi.
Uno dei primi interventi fu, e non poteva essere diversamente, la costruzione degli argini del Tevere. Era infatti intollerabile che alle soglie del XX secolo una città dovesse rimanere in balia delle piene; Raffaele Canevari progettò e realizzò l’intera opera, capolavoro ingegneristico indiscusso. Ora non so se qualcuno ha idea di quello che abbia voluto dire fare gli argini del Tevere quanto a sventramenti: chilometri di demolizioni lungo le rive, la sparizione del porto di Ripetta e di Ripa Grande, del teatro Apollo, della loggia della Farnesina. E migliaia di espropri. Dove saranno finite le famiglie che abitavano gli stabili demoliti? Nessuno ha approfondito ma a me viene il sospetto che si siano spostate in nuovi alloggi, o no?
Comunque, anche il Ghetto fu sventrato. La zona di piazza delle Cinque Scole fu rinnovata completamente dopo aver raso al suolo un gran numero di edifici e annullato vicoli e vicoletti. Furono lavori su cui era d’accordo anche la comunità ebraica e che culminarono con la costruzione della nuova Sinagoga nei primi del Novecento.
Per migliorare la circolazione furono realizzate nuove strade e ponti che comportarono distruzioni a carrettate e che necessitarono di lunghi dibattiti nelle commissioni comunali e in Parlamento. Il percorso di via Nazionale ad esempio non era di facile tracciamento, specie nell’ultimo tratto verso piazza Venezia e numerose furono le proposte prima di arrivare allo stato attuale.
Via Cavour, Via Arenula, Via Nazionale, Via Tomacelli, Via del Tritone, Corso Vittorio Emanuele Secondo: una nuova rete stradale necessaria, nello spirito del risanamento, di Haussmann, delle nuove teorie urbanistiche. E centinaia di migliaia di metri cubi di demolizioni, migliaia di espropri con conseguente necessità di nuovi alloggi. Nuove costruzioni, pubbliche e private, che somigliavano a quelle di Parigi, Vienna, Bruxelles, Berlino dettero un nuovo volto ad alcuni settori di Roma. Un nuovo centro, nel quale confluivano gli assi viari di Via Nazionale e Corso Vittorio, fu individuato nella zona di Piazza Venezia, dove il trionfo dello Stato laico doveva essere celebrato dal monumento a Vittorio Emanuele II.
L’edificio simbolo della crescita di una nazione nuova, laica, liberale che voleva contare in Europa venne costruito a seguito di una quantità di demolizioni spaventosa: il chiostro del convento dell’Ara Coeli, palazzine medievali, il palazzetto Venezia, la torre di Paolo III col suo passetto. Furono cancellate via di Testa Spaccata, via della Pedacchia e la Ripresa dei Barberi. I lavori per la costruzione di una degna capitale europea richiesero questo e molto altro (pensiamo solo all’espansione edilizia nei nuovi quartieri umbertini).
Il luogo simbolo del potere moderno era divenuto piazza Venezia, confluenza di via Nazionale e Corso Vittorio. Non a caso – e, direi, banalmente – fu il centro del potere del regime. Il palazzo e il suo famigerato balcone.

A questo punto la più giovane tra i commensali, capelli a caschetto, camicia di pizzo e infradito scamosciate, che evidentemente non stava più sulla sedia (non perché fosse scomoda, come per me, ma perché voleva sputarmi in faccia tutto il suo fideistico schieramento) mi ha detto: “Scusa, mi sembra un discorso craxiano. Siccome tutti demolivano allora hanno fatto bene pure loro?”
Ho bevuto l’ennesimo bicchiere d’acqua frizzante. Il riso nel piatto non c’era più ma ancora adesso giurerei di non averlo mangiato io.
Il problema di queste obiezioni è che, effettivamente, non c’entrano una mazza con quello che stai dicendo. Cioè tutti si aspettano che tu sia manicheo ma un conto è il giudizio storico e un conto sono gli elementi singoli, parziali, le categorie specifiche che sommate contribuiscono alla formulazione di quel giudizio. La storia ha già condannato il fascismo e soprattutto le sue espressioni più deteriori, ignoranti, terribili: le leggi razziali, la guerra, la limitazione delle libertà con la violenza. Ma se in nome di questo cancelliamo ogni altro parametro il nostro giudizio diventa talebano. Se noi volessimo giudicare il grande universo degli Stati Uniti - da tutti riconosciuto come un’eccezionale democrazia, la più antica - sulla base del perpetuarsi delle loro leggi razziali fino agli anni Sessanta (con residui fino ad oggi), sulla vocazione guerresca e interventista, sulla diffusione della pena di morte, sulle gravi carenze nell’assistenza sanitaria ai più deboli faremmo una buona operazione di analisi? O saremmo faziosi antiamericani?
Detto questo, a me sembra di poter affermare che l’intera politica urbanistica mussoliniana su Roma (ben diversamente dalle nuove fondazioni) non facesse altro che inserirsi nell’alveo già tracciato dai predecessori. Con la sola differenza che la capacità di intervento e realizzazione di opere pubbliche sotto il regime non ha avuto rivali, né prima né dopo. Costruire la città universitaria in tre (dico tre) anni, appena oltre le nuove arterie ottocentesche e nei pressi del quartiere umbertino di nuova realizzazione non è stato altro che un atto di continuità nell’accrescimento dei servizi e nel rinnovamento necessario a Roma capitale.
Gli interventi che hanno fatto più discutere (il piccone del regime, sventramenti, sciatti progetti come palcoscenico per le parate di regime sono tra i giudizi più comuni di architetti, archeologi, giornalisti, polemisti, per lo più antifascisti, soprattutto a partire dagli anni Settanta, con la concretizzazione dell’idea di centro storico) sono da sempre via dei Fori Imperiali, la via del Mare, via della Conciliazione, oltre a una serie di edifici e sistemazioni criticatissimi come piazza Augusto Imperatore. In genere le feroci opinioni pubblicate sono ascrivibili a pensatori che con la bandiera dell’antifascismo in mano si sono proclamati duri e puri svilendo ad alzo zero qualsiasi cosa sia stata prodotta, fatta, pensata in quegli anni.
(continua)

venerdì 15 luglio 2011

Raccontami una storia. Sventrami. /1

Ero ad una cena, qualche sera fa. Non so se avete presenti quelle cene in cui gli ospiti non si conoscono tra di loro ma tutti conoscono il padrone di casa. Una cena in uno spazio aperto, cucina a giorno, sedie scomode e faretti. Tutti fanno i cordiali e si mostrano amichevoli; con un certo savoir faire fingono di essere interessati ad una nuova, senz'altro stimabile, conoscenza. Ecco, io in queste occasioni misuro la mia inadeguatezza e il mio desiderio di fuggire è direttamente proporzionale al passare dei minuti.
Ho commesso un grave errore quella sera. Da subito. Durante l'antipasto in piedi ho partecipato a una conversazione semiseria sul fascino del centro storico di Roma e mi sono lasciato sfuggire quello che penso davvero. Non bisogna mai farlo alle cene coi faretti. L'ho detto. Ho detto che quel centro storico di cui si parla per tradizione, quello del popolo povero e solidale, dei presepi e del cinema non è mai esistito; è una bufala cui si crede per inerzia: ho visto la mia fine sul viso delle persone che erano intorno col cocktail Sanpellegrino. Li ho delusi. In un secondo ho impedito loro di dire come doveva essere bella la Roma preunitaria, di maledire gli sventramenti fascisti, di sputare veleno su via della Conciliazione. Infatti, in totale consapevolezza, mi sono andato a rimpinzare di patatine e olive dolci lasciando ciascuno libero di commentare.
Più tardi, sarà stato il caldo oppure la sedia scomoda, il risotto non mi andava né su né giù. In queste occasioni generalmente applico una grande forza di volontà, mi concentro solo sul piatto, non ascolto più nessuno, bevo ettolitri di acqua e in qualche modo giungo al traguardo.
Mentre imperversava la lotta con i funghi qualcuno mi ha chiamato per nome; ce l’aveva proprio con me. L'ho dovuto ascoltare: “Dunque secondo te lo sventramento per via dei Fori Imperiali è stato corretto?”
Ora, non è che io ami dialogare con gli sconosciuti. Anzi, francamente non ho mai nulla da dire perché – chiarendo fuori dai denti – non sono interessato a quello che gli altri, specie se sconosciuti, hanno da dirmi. In ascensore guardo per terra tranquillo e a Latina cammino a piedi lungo percorsi che mi garantiscano il minor numero di incontri possibile.
Però, non mi devi provocare. A una domanda come quella uno può reagire in due modi: mandare a cagare tutti, che è la via che preferisco, oppure mettersi pazientemente ad argomentare, pagando il dazio di dover ascoltare obiezioni spesso totalmente prive di fondamento. Ho scelto questa seconda via, per una serie di motivi. Il primo era il risotto.

Tanto per cominciare alla base della domanda si presume di poter giudicare la legittimità di interventi sul cosiddetto centro storico con criteri nati tutti nel dopoguerra; l'idea stessa di centro storico come unità ed entità oggetto di tutela è relativamente recente. Ciò che è scorretto oggi non aveva parametri di definizione netti negli anni Trenta. Non solo: pensare agli sventramenti come precipua iniziativa urbanistica mussoliniana è un luogo comune che vuole anche sottolineare una originalità progettuale, pur negativa, che su Roma era invece semplice continuità col passato, condita semmai da un pesante orpello retorico simbolico. Inoltre, l'intero giudizio non è influenzato esclusivamente dall'idea generale e generalista che si ha del fascismo ma anche dalla lunga, ininterrotta tradizione letteraria e iconografica sulla “Roma sparita” iniziata alla fine del Settecento, continuata sotto il regime sino ad oggi, sostanzialmente fuorviante.
Già a questo punto il risotto era diventato un mattone e i commensali mi guardavano come uno a cui è meglio dire di sì. Intellettuali atticisti (nel senso di Stefano Disegni).
Io, però, ormai ero partito e mi sentivo in dovere di approfondire e sviscerare la premessa.
Mentre nel fervore costruttivo delle città di fondazione si evincono moltissimi elementi di originalità nel contesto di un progetto serio e grandioso di politica agraria e sociale, l’intero gruppo di interventi su Roma è assolutamente all’interno di una corrente ben più radicata e antica che il regime ha percorso con scarse punte di peculiarità seppur con concreti e duraturi risultati.
Come al solito se il giudizio si forma senza toccare con mano gli oggetti e le fonti ma sulla base di ideologizzati stereotipi per lo più di carattere politico (e faziosamente politico) si guarda tutto dal buco della serratura ricavandone leggi universali a uso e consumo di un gruppo.
Quello di demolire interi quartieri cittadini per migliorare le condizioni di viabilità e di servizio di una grande città, ancor più se capitale, è un modus teorizzato agli inizi dell’Ottocento (bisognerebbe dire ri-teorizzato perché esistono esempi importanti anche nel Cinquecento o prima, ma lasciamo andare) e che ha trovato attuazione in gran parte del mondo occidentale. La storia della città veniva subordinata alle innegabili esigenze della modernità e del progresso. La meravigliosa Parigi che ci affascina, dipinta dagli impressionisti e descritta in molte pietre miliari della letteratura, è il frutto di una delle più radicali manomissioni di un “centro storico” che si sia mai vista in epoca moderna. Infatti tra il 1853 e il 1869 il barone Haussman, prefetto della Senna, mise in atto un grandioso progetto di ristrutturazione urbana finalizzato a promuovere il progresso sociale ed economico della città, riducendo il sovraffollamento dei quartieri centrali, migliorando decisamente la circolazione viaria e ponendo mano alla carenza di servizi. A questo si unì naturalmente un enorme movimento di capitali immobilizzati. Il progetto prevedeva (e attuava) estesissime demolizioni dei quartieri antichi, stratificati, la realizzazione di una nuova viabilità con strade ampie e dotate di servizi, l’isolamento dei monumenti di maggior pregio che ne risultavano “valorizzati”. Nelle intenzioni si inseguiva dunque un modello di città moderna, funzionale e contemporaneamente rappresentativa. Un presupposto certo non secondario fu anche quello di impedire la formazione di barricate e il facile attraversamento cittadino da parte dell’esercito in occasione di moti rivoluzionari e ribellioni. La spinta però verso un miglioramento delle condizioni igieniche e della qualità della vita fu preponderante. Furono creati parchi grandiosi, rifatta la rete idrica e l’illuminazione pubblica, costruite scuole, ospedali, biblioteche; furono riorganizzati i trasporti pubblici. È evidente come non trovasse spazio la teoria del continuum territoriale e urbano che rende così particolare il patrimonio culturale italiano e la cui formulazione è recentissima. Ma andiamo con ordine.
I grand travaux di Haussman hanno operato demolizioni per centinaia di migliaia di metri cubi, isolando i monumenti. L’intervento è stato preso a modello da numerosissime città europee: Lione, Marsiglia, Montpellier, Tolosa, Lille, Rouen, Avignone, Bruxelles. Criteri simili basati sull’apertura di nuovi grandi assi viari si trovano a Madrid, Barcellona, Stoccolma, Londra.
A seguito di questi avvenimenti una letteratura che ha avuto come capiscuola i romanzieri francesi, con epigoni in tutta Europa, ha fondato nella descrizione del popolo “scomparso” per via delle demolizioni, sul fascino di figure di basso ceto - ladri, puttane, mendicanti, piccoli bottegai .- tutta la sua fortuna. Con uno sguardo sedotto e pseudo documentario i loro romanzi hanno contribuito alla formazione di una idea tutta particolare del contesto sociale presente nei lembi di città scomparsa, contesto in cui è totalmente assente la lettura della complessità e dell’articolazione della società. I cosiddetti centri storici, nell’accezione attuale del termine, non erano altro che lo scenario urbano in cui viveva una variegata popolazione, fatta di ceti differenti, compresa l’aristocrazia, che lì svolgeva l’intero arco delle proprie attività. Tutti i documenti amministrativi contemporanei alle demolizioni (espropri, contratti d’affitto, vendite, analisi delle attività commerciali, censimenti delle aree da demolire) in qualsiasi città siano stati approfonditi lo mostrano inequivocabilmente. Anche a Roma.
Il modello Haussman fu concretamente applicato in tutta Italia negli anni immediatamente successivi all’Unità e poi con la proclamazione di Roma capitale. Con le stesse motivazioni, in particolare quelle igienico sanitarie, molte città subirono demolizioni e rifacimenti. La spinta verso la realizzazione di quartieri più sani, centri cittadini con uffici e negozi di livello, fomentava grossi interessi immobiliari; una temperie culturale fortemente influenzata dal progresso tecnico - specie nell’ingegneria civile (pensiamo a Eiffel come simulacro) - tendeva a favorirla. Ingegneri stradali e idraulici cominciarono a trasformare l'aspetto di ampi settori delle città italiane: argini di fiumi, reti fognarie, ponti e nuovi assi viari intorno ai quali poi venivano progettati gli edifici. Alla fine degli anni ottanta dell’Ottocento era stato previsto per Napoli un programma di risanamento con demolizioni su più di 800.000 mq. Problemi finanziari ne impedirono l’attuazione totale e la parte realizzata procedette a rilento. Comunque fu sventrata. E fu Matilde Serao a raccontare il ventre di Napoli, fatto di un popolino povero e solidale, distrutto e sconvolto per sempre. Facilitando, sopra ogni cosa, la cancellazione di una realtà assai più complessa in cui convivevano ceti di ogni estrazione (la popolazione interessata dal “piano” era stata suddivisa dai tecnici comunali in 7.040 appartenenti alla classe agiata, 34.194 alla classe media e 46.192 alla classe povera).
A partire dal 1885 molte altre città adottarono il piano di risanamento: Torino rase al suolo un terzo degli isolati della città vecchia, comprendendo aree da migliorare esteticamente più che igienicamente.
Milano, seppur in tono minore, eseguì sventramenti (per esempio nell’area del Duomo) in funzione di un nuovo assetto, accompagnati da letteratura varia sul venter di Milano.
Firenze demolì Ghetto e Mercato Vecchio nel fervore di un acceso dibattito sulla necessità di mantenere in piedi edifici storici di pregio artistico.
Accadde un fenomeno rivelatosi molto comune durante le operazioni post unitarie: da un lato la denuncia per la perdita di elementi storico artistici, dall’altra la descrizione dei quartieri come ricettacoli di ogni genere di feccia, portata avanti prima di tutto dai fautori delle demolizioni. Proprio i contenuti di tale letteratura di “fiancheggiamento” venivano pedissequamente ripresi dai cantori del “ventre”, volti in positivo. Più che una fonte da cui trarre un quadro sociale questi ultimi costituivano dunque il primo contributo alla cancellazione di pezzi di storia.
(continua)

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